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Comunicare in Cina richiede ancora maggiore cautela dopo la pandemia

Di Pubblicato Maggio 21, 2020

La pandemia ha aumentato la sensibilità dei netizen verso quei contenuti della rete che possono essere percepiti come denigratori verso la Cina, come prova il volume di ricerca del termine “insultare la Cina”: secondo l'indice Baidu, uno strumento analogo a Google Trends, il volume di ricerca di questo termine solitamente associato ai boicottaggi contro i marchi stranieri è salito nel 2020 al valore di 339, più del doppio di quello degli ultimi dieci anni.

 

Se negli anni precedenti era già stata stilato un elenco degli argomenti da evitare in quanto potenzialmente offensivi per la popolazione cinese, adesso è necessario essere ancora più cauti, perché per via della ondata nazionalista i netizen possono interpretare come attacchi verso la Cina argomenti che non si pongono affatto quell'obiettivo.

 

Questa reazione è comprensibile nel caso dei riferimenti alle presunte origini cinesi del COVID-19.

 

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Esiste una differenza sostanziale tra la narrazione cinese e quella degli altri paesi circa le origini del coronavirus: la Cina vede se stessa come una potenza impegnata nel contrasto dell'epidemia, e individua in Wuhan il luogo dove è scoppiata l'epidemia ma non il luogo di provenienza del virus; al di fuori dei confini, invece, sono abbondanti le storie che legano la diffusione del virus alle abitudini alimentari della popolazione cinese.

 

Secondo i netizen a muovere le critiche sulle origini cinesi del virus è un pregiudizio razziale su come l'Occidente vede l'Oriente, e lo stesso pregiudizio sta dietro le affermazioni sulle abitudini alimentari cinesi, quali il consumo di cane o gatto, che non sono collegate con le ipotesi sulla origine del COVID-19

 

Tuttavia anche contenuti che raccontano il passato della Cina possono entrare nel mirino delle critiche dei netizen. È il caso del documentario della BBC sul poeta Du Fu, vissuto durante la dinastia Tang in un'epoca di rivolgimenti sociali, e che da alcuni è stato letto come un'allusione al presunto malcontento nella Cina di oggi, oppure del manga Detective Conan: i netizen hanno scoperto che l'autore del manga ha usato il nome di un criminale della Seconda Guerra Mondiale come ID di gioco e lo hanno perciò accusato di essere un sostenitore dell'invasione giapponese della Cina durante il conflitto.

 

I marchi devono infine avere particolare attenzione nella scelta dei propri ambasciatori.

 

In Cina alle celebrità è richiesto di avere un comportamento che sia improntato ai valori della patria, della laboriosità, della famiglia e della rettitudine; diversamente una star corre il rischio di essere qualificata come “contaminata” con conseguente censura delle sue apparizioni sui media.

 

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Quando è stato coniato nel 2014, il concetto di “stella contaminata” si riferiva a quelle star che davano cattivi esempi per essere implicate in questioni di droga o prostituzione; progressivamente il concetto si è ampliato diventando sempre più rigoroso: ad esempio a maggio una trasmissione dove compariva David Beckham ha intenzionalmente sfocato le sue braccia per nasconderne i tatuaggi.

 

Questi esempi chiariscono come la comunicazione in Cina richieda adesso una cautela ancora maggiore: più di prima infatti sono necessari esperti cinesi che valutino se le pubblicità rispecchiano il sentimento della popolazione, ed aiutino ad ideare campagne di marketing innovative, fondate su argomenti comuni a Cina ed Occidente e capaci di costruire una narrazione condivisa.

Letto 204 volte Ultima modifica il Giovedì, 21 Maggio 2020 09:50

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